recensione: catastrofe come orizzonte di valore, di giuseppe limone Se il diritto può nascere dopo la catastrofe 1, i valori non possono che precederla. La catastrofe come orizzonte del valore2non è solo il mero esercizio di rigore teoretico o l’esempio di pensiero cognitivista (o, come scrive l’autore, persino buonista) di chi intende dare una definizione dei valori. L’autore, col suo percorso, dimostra l’esistenza inconfutabile delsentimento di percettibilità dei valori che viene alla luce nei momenti di maggiore pericolo per la Lebensform. Le approssimazioni che Giuseppe Limone compie per arrivare al profondo della nozione di catastrofe valgono, per trasposizione, per la sua opera: così come il termine catastrofe può indicare – singolarmente o complessivamente – l’epocalità dell’evento, l’interruzione qualitativa della Forma di vita, l’identità data dalla sorte di un pericolo comune e, infine, il significato simbolico che cattura gli eventi di risonanza emozionale; così l’intero scritto tocca strati contigui appartenenti a diversi livelli ermeneutici. Ilprimo livello, definibile come storico-filosofico, che dall’età moderna arriva alla contemporaneità, ha come punto focale le diverse prospettive dalle quali origina il pensare sociale degli autori citati (non solo Jean-Jacques Rousseau, Antonio Rosmini e Simone Weil, ai quali sono dedicati interi paragrafi, ma anche Hobbes, Locke, Grozio, Feuerbach, Heidegger, Husserl, Sartre, Nussbaum, Bauman; solo per citarne alcuni). Il secondo livello, che espone alla luce le interruzioni della qualità della vita – ovvero le catastrofi – che hanno accompagnato l’umanità fin dall’acquisizione di un pensiero intelligente. Il terzo livello, portato alla luce con maggiore incisività nella parte finale del testo, illustrante il sentimento di pericolo comune generato da una errata percezione della responsabilità propria – e di tutti – che scaturisce dalla libertà. Il quarto livello – ovvero della sorte comune – in cui si dà realizzazione al titolo dell’opera, dimostrando la funzione assiologicamente positiva del male comune che si scatena nei confini identitari. Ma è con un ulteriorequinto passo che si rivela l’intento dell’autore: in questo spazio ermeneutico, il lettore non è solo un mero fruitore, è egli stesso il «vicario3» su cui si abbatte, per sostituzione simbolica, l’energia esortativa del testo. Solo in quest’ultimo punto profondo del pensiero di Limone, il lettore si accorge di essere al fianco dell’autore o, meglio ancora, di essere seduto sul medesimo ramo che qualcuno e qualcosa stanno segando. È proprio con quest’ultimo passo che si va ben oltre il cognitivismo e ilnoncognitivismo per approdare al falsificazionismo etico, il quale in modo apofatico dimostra l’esistenza dei valori e la loro percettibilità. Partendo proprio da quest’ultimo fronte, cioè da quello falsificazionista – che, tradotto in altri termini, equivale a dire: “io non so definire i valori, ma percepisco cosa non si deve fare per salvaguardare la Forma di vita alla quale appartengo” –, il problema che si apre è quello del coefficiente di percettibilità dei valori stessi. Esiste un pericolo concreto nel misconoscimento e Limone, fra le righe, avverte i suoi stessi detrattori: il lettore disattento alla sua stessa sorte, l’intellettuale che continua ad osservare l’Apocalisse in televisione pensando alla critica da muovere il giorno dopo a San Giovanni, l’accademico che chiededi essere valutato per il dove e non per il cosa abbia scritto, il burocrate che intende ridurre la persona a una mera pratica da sbrigare. Tutto si muove e si condensa alla scala dell’umano, del concreto, del reale. Nel mondo macchinico fotografato dall’autore – mondo dell’impersonale che obbliga a guardare alla terza persona il Tu e che ci seduce a chiedere di essere privati dell’umano – il Mickey Mouse di Benjamin4, dotato da noi stessi persino dell’a-temporalità e dell’a-spazialità, emblema della spersonalizzazione e della de-umanizzazione, ci accompagna sincronicamente nel presente e ci attende diacronicamente dal futuro passeggiando sul crinale che segna il punto di non ritorno oltre il quale la Forma di vita implode.

Fonte: Società Filosofica Italiana – Sezione di Sulmona “Giuseppe Capograssi” di Pasquale Viola